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Perché te la prendi tanto?

Pubblicato: 29 settembre 2013 in Racconti
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 Perché te la prendi tanto?

«Perché te la prendi tanto?» chiese la ragazza.

«Perché è orribile. E fa male» disse lui.

«Sei melodrammatico. E bugiardo» disse lei facendogli il verso.

Lei aveva venticinque anni e un bel viso tondo, con gli zigomi alti e ben disegnati. Portava i capelli tagliati corti e neri, di un nero intenso dai riflessi blu quando venivano inondati di luce. Non era alta, ma le forme del suo corpo compensavano la statura sotto la media. Gli occhi erano neri come la notte e profondi come le profondità di un grande lago alpino e risaltavano come una vedova a lutto tra candide spose nell’incarnato pallido del viso. Sotto il naso, di un bel taglio fino, aveva due labbra rosse e carnose, disegnate apposta per il piacere.

«Non ci provare con me, Drew Bellamy» disse. «A te, niente ti tocca. Com’era che dicevi? Noli me tangere

«Finiscila, Silvia. Lo sai che ci sto male.»

«Smettila» seguitò lei ridendo, «ti prego, smettila. Non sei credibile.»

La ragazza continuava a ridere, sapeva di non poter fare diversamente. Quel buon umore che aveva deciso di autoimporsi l’aiutava a scacciare quella sensazione di ineluttabilità che l’aveva colta sin dal risveglio. Appena lo aveva visto quella mattina seduto al café, con il naso immerso nel giornale e la maglietta bianca con il logo I ♥ NY, aveva sorriso cercando di apparire serena e allegra, e mentre lo osservava giocare con il lobo dell’orecchio destro, si era domandata cos’altro le rimanesse, in quella situazione assurda e dannatamente complicata, se non una qualche forma di scongiurante ilarità. Non ci aveva pensato a lungo, però. Si era detta che andava bene così. Sperava che fosse sempre andata bene così, perché quella situazione assurda e dannatamente complicata era la bolla d’aria che la teneva a galla.

Le risa della ragazza avevano attirato l’attenzione di un cameriere, un uomo senza età apparente, lungo, magro, e con il volto e il collo bruciati dal sole e i capelli neri e corti, tagliati a spazzola. L’uomo stava riordinando un tavolo di metallo con il ripiano lucido, due file dietro loro. L’uomo, che si chiamava Paco e che veniva da Avila, aveva guardato la ragazza e aveva visto la maschera che indossava e il ruolo che interpretava; aveva visto il vuoto che l’avvolgeva e aveva pensato che forse quella notte avrebbe dovuto recitare un pater in più, per la chica. Si era chiesto se si comportasse sempre a quel modo, se ogni volta che sospettava la vita prepararle uno sgambetto, lei si provasse a scansarlo esorcizzandolo ridendoci sopra. A lui non sarebbe stato possibile ridere quando dentro aveva ben altro che l’allegria. E soprattutto avrebbe evitato di lasciare all’esistenza la possibilità di giocarti un brutto tiro. Ma forse era solo come Ines, aveva pensato, che al funerale della figlia infante rise per tutta la funzione religiosa e poi anche al cimitero, quando il sepulturero aveva già cominciato a gettare palate di terra scura sulla piccola bara bianca. Aveva avuto una crisi isterica, gli spiegarono dopo. Alcuni, quando dentro hanno troppo dolore, come Ines, o non hanno nulla, come la chica, ridevano invece che piangere. Quizás loca y muy triste, aveva pensato di lei Paco, poi aveva posato sul vassoio due tazze di caffè vuote, aveva raccolto i piattini bianchi e rossi, aveva passato lo straccio umido sul ripiano lustro di metallo ed era tornato all’interno del café senza più curarsi di loro, perché la vita degli altri era strana e alcune vite lo erano ancora di più. La sua esistenza era felice perché semplice, soleva ripetere Paco; così semplice da rasentare la perfezione. E a chi gli domandava cosa rendesse la sua vita semplice e felice lui rispondeva ogni volta con un sorriso sbieco e sincero e non aggiungeva altro. Stupidi e sfortunati loro, se non capivano. Da parte sua quella notte avrebbe recitato un pater e, se i suoi occhi non si fossero chiusi per la stanchezza, dopo un giorno di onesto e appagante lavoro, avrebbe anche chiesto a Santa Teresa d’Avila d’intercedere presso il trono di Dio onnipotente per la chica. Il ragazzo, Paco ne era sicuro, non sembrava aver bisogno di nessuna intercessione. Era stato all’inferno, ed era sopravvissuto; lo portava scritto in volto.

«Se piangessi sarei plausibile?» le chiese Drew, serio in volto. «Mi crederesti?»

«No.»

«Perché?» domandò lui.

«Perché nei miei confronti nutri solo una mera e morbosa curiosità anatomica.»

«Sei ingiusta. Lo sai che non è così.»

«Mi domando spesso quando sarà pienamente appagata. Non lo conosci ancora bene il mio corpo? Io penso di sì. Scommetto che conosci meglio il mio culo che la storia del tuo paese. Com’era quella poesia? Quella che volevi mi facessi tatuare sulla schiena?»

«Non è passato molto tempo, dovresti ricordartela» disse lui.

«Mi dispiace. Aiuto?»

«Invece di andare all’università eri venuta da me, di mattino presto. Ricordi? Ci eravamo infilati sotto il piumone, nudi, e quando avevo visto il tuo seno irrigidirsi e i capezzoli farsi turgidi per il contatto con il tessuto freddo, mi era venuta in mente e te l’aveva descritta a grandi linee. Ci avevo lavorato sopra per tutto il pomeriggio, dopo che tu eri tornata a casa; poi, due sere più tardi, te l’avevo letta mentre sedevamo sul tappeto davanti al camino di casa tua a Tione. Ricordi?»

«Qualcosa. Il senso, ma non le parole. Va’ avanti.»

«Ricordi come tirava il vento? Ricordi quanto freddo faceva? E ricordi il profumo della buccia dei mandarini che gettavo nel fuoco? E quando spremevo l’umore delle arance sul grosso ceppo che avevamo rubato dalla cassa dei tuoi vicini, ricordi il colore che facevano le fiamme?»

«Dalla cassetta della legna dei Bossi?»

«Non ricordi proprio niente?» chiese lui oramai consapevole du temps perdu. «Non ricordi cosa ti dissi? Non ricordi “i seni ardenti e le labbra bramose”?

«No, Drew, mi dispiace, non me la ricordo. E non ricordo i mandarini né le arance; non ricordo nemmeno “i seni bramosi e le labbra ardenti”, ma ricordo bene il freddo e il vento. Tu, Drew caro, hai scritto così tante cose sul mio culo e le mie tette che ormai non riesco più a separarle l’una dall’altra. Le confondo. Me la dovresti recitare però. Vedo che ci tenevi molto alla tua poesia. Doveva essere molto bella.»

«Lo era.»

«Allora recitamela, vuoi?»

«No.»

«Per favore» insistette lei divertita.

«No, non mi va. E poi è tua, non mia.»

«Ti prego ti prego ti prego. Oh, ti prego, fammi questo favore.»

Gliela recitò mentalmente, senza aprire bocca, snocciolando le parole come una lenta nenia gitana. E mentre ripeteva monotonamente i versi in cui aveva creduto e amato, si domandò se la poesia, per l’autore, sarebbe potuta sopravvivere al sentimento che l’aveva generata. Cosa le sarebbe accaduto, si chiese, una volta che non avesse più avuto una raison d’être?

«Sta bene, Bellamy» disse. «Fa’ come vuoi. Però se vuoi ancora che me la faccia tatuare sulla schiena, dimmelo subito. Se lo credi un passo decisivo per il decollo della tua carriera lo posso fare anche adesso. Cosa ne dici di caratteri gotici rossi, in rilievo? Potremmo usare le mie chiappe se preferisci, o il ventre.»

«Hai la vita talmente piena di impegni da non avere il tempo di fermarti un attimo ad apprezzare qualcosa che non richieda movimento, ma una semplice sospensione del moto. Fai tante cose perché non hai nulla a cui tieni davvero. Quella sera t’era piaciuta e avevi giurato che era bellissima. Dicevi che ti ricordava un qualche lavoro di Baudelaire che ti avevo letto e io ti dissi che non era influenzata dall’opera decadente di Baudelaire, ma dalla gioia di vivere dei versi di Prévert. Forse però, Silvia» continuò lui caustico e amaro, «la Poesia e il Moët & Chandon partecipano dell’arte solo con effetto transeunte. Scommetto che se ti sgolassi mezzo litro di champagne ti piacerebbe ancora, benché io creda in lei anche se priva della proprietà opalescente e ambrata dello champagne.»

« Decadente, transeunte, opalescente… Cosa cazzo è tutto questo parlare in ente?» chiese. «Mi sono alzata alle sette per questa buffonata. Ho dormito tre ore e ti giuro che non avrei mai immaginato che tu potessi seguirmi sin qui solo per offendermi. Non è carino, sai?»

«Vuoi un’altra poesia? Nuova se ti va. Dammi solo due minuti, per buttare giù qualcosa degno di Fra’ Pérignon.»

«Perché sei venuto?» chiese lei con lo sguardo fisso sul tavolo, mentre con la punta del dito raccoglieva i grani di zucchero sparsi sul ripiano. «Cosa c’è di diverso questa volta?»

Il ragazzo la guardò. Lei alzando la testa e fissando gli occhi nei suoi di lui ricambiò lo sguardo e vide quanto realmente fosse tirato il suo volto; quanto fosse stanco e sofferente. Gli sorrise, cercando di apparire sincera, perché ora sapeva di dovergli sorridere, e perché se voleva che continuasse così, doveva seguitare a farlo, aprire l’anima e lasciare che lui ci ricadesse dentro nuovamente. Quegli occhi così belli e così profondi, e languidi e sinceri, quegli occhi le dicevano che lui stava risalendo, che ne stava uscendo fuori. Le mettevano ansia e la facevano sentire per la prima volta, da quando era iniziata la storia con Drew, vulnerabile. Erano diversi. Avrebbe potuto dire consapevoli, ma anche rassegnati, eppure decisi; che guardavano lontano, altrove. Erano occhi che Drew Bellamy non aveva mai avuto, o che forse aveva anche prima e che lei non aveva mai visto o mai voluto vedere. E allora sorridi, si disse. Sorridi e lascia che precipiti ancora. Fallo cadere, dagli una spinta, distendi le labbra e sorridi. Allontana l’ineluttabile.

Quella mattina, appena sveglia, si era fatta una doccia, si era vestita ed era uscita gettandosi nel sole di Plaza del Castillo, sapendo bene cosa dovesse dire e fare; ma fu quello sguardo alieno, nuovo di Drew Bellamy a portarla lontano dal sentiero già battuto molto volte in passato e che ormai conosceva a menadito. La notte prima, poco dopo le undici, aveva ricevuto un messaggio sul cellulare. Sono a Pamplona, diceva il messaggio. Voglio vederti. Non dirmi di no. Sto alla 216. Stesso albergo.

«Chi è, Silvia?»

«Mia madre. Vuole sapere se tutto è okay.»

«Salutala.»

«Già fatto.»

Seduta sulla tavoletta del water, scocciata e un poco impaurita da quel comportamento, gli rispose che lo avrebbe incontrato l’indomani mattina presto, alle otto, al café sull’angolo. Mentì a se stessa dicendosi che accontentarlo non le sarebbe costato nulla. Staccarsi da lui era sempre difficile. A volte Drew poteva essere fastidioso, invadente e invasivo. Spesso però la svuotava di tutto e poi, fuori, o dentro il letto, la ricaricava. Quando lo lasciava aveva abbastanza energia per affrontare un mondo che si faceva più complicato giorno dopo giorno. Sapeva che dentro di sé aveva voglia di vederlo, di stare con lui seduta al café, fare colazione, guardarsi negli occhi e toccarlo. Se gli avesse detto di no, cosa sarebbe accaduto? Probabilmente nulla, decise, tranne la sensazione di un desiderio non appagato, stazionante insoddisfatto in superficie. Drew Bellamy, però, era la cosa più difficile sulla quale fare supposizioni, e poi lei aveva voglio di vederlo, trattarlo un po’ male e farsi pregare. Se Drew non fosse stato troppo problematico, forse sarebbero potuti rientrare insieme. Aveva una camera, no?

Lui l’aveva seguita dall’Italia, senza dirle nulla. Aveva saputo da sua sorella Barbara dove sarebbe andata, in quale hotel avrebbe dormito e il giorno in cui sarebbe arrivata. Aveva preso un volo da Milano per Madrid e da lì la coincidenza per Pamplona. Era arrivato prima di lei ed era sceso all’hotel che sapeva essere anche il suo. Aveva cenato a El Chupinazo, in Calle de la Estafeta.

Quella sua prima sera a Pamplona – una sera che senza volere immaginò di vivere diversamente – aveva mangiato parillada de carne e bevuto una bottiglia di Rioja. Non volle il caffè, perché sapeva che il caffè in Spagna era solo acqua sporca, specialmente se si era stati abituati alla moka italiana. Invece del caffè aveva ordinato un Anis del Mono. Potevi chiamarlo come volevi: Anis, Sanbuca, Pastis, Anisette, Rakı, Mastika, Arak, Ouzo, ma il sapore rimaneva quello, ovunque tu lo bevessi, qualunque gradazione alcolica avesse. Ti lasciava un sapore di liquirizia in bocca e un senso di nulla in tutto il resto del corpo. Dopo cena era tornato all’hotel, aveva raggiunto la sua camera, la 216, si era spogliato, aveva fatto la doccia e le aveva mandato un messaggio. Poi si era messo a letto. Non era riuscito a dormire e allora aveva deciso che forse sarebbe stato meglio fare due passi, ma la città era spenta e per le strade non c’era nessuno. Si era infilato i suoi jeans bianchi strappati al ginocchio, una maglietta gialla e un paio di Converse blu basse. Aveva preso l’ascensore ed era salito fino al quarto piano. Aveva fatto pochi passi verso sinistra e si era fermato davanti alla camera 411. Aveva appoggiato l’orecchio alla porta ed era rimasto ad ascoltare. Ansimi, gemiti soffocati; qualcuno aveva esalato tutta l’aria dai polmoni e lui sapeva che nessuno stava morendo, ma che stava vivendo e gioiendo e crescendo; poteva sentire il frusciare prodotto dall’attrito dei corpi nudi tra le lenzuola; poi aveva udito un colpo, seguito da una flebile eco e da una risata trattenuta.

«La testa.»

«Male?»

«No.»

«Attenzione, okay?»

«Sì, ma tu non dare colpi così forti.»

«Abbassati sui gomiti e appoggia la testa sul cuscino.»

«Così?»

Bianco in volto e senza la minima emozione sul viso, aveva staccato l’orecchio dalla porta  ed aveva sceso i due piani a piedi. Era rientrato in camera, si era spogliato nuovamente e si era buttato per la seconda volta sotto la doccia. Il getto dell’acqua calda era bollente ma lui non ci aveva fatto caso. Si era strofinato con violenza, quasi con rabbia. Non aveva usato docciaschiuma e nemmeno sapone. Aveva passato e ripassato la spugna bianca dell’hotel in continuazione sulla pelle ormai rossa. Sfregava furiosamente, e aveva sfregato con ancora più violenza, quando si era accorto che le lacrime andavano a mischiarsi all’acqua. Si era procurato un’abrasione sulla gamba e una sulla spalla. Aveva continuato a strofinarsi finché l’acido lattico nel muscolo rese inservibile il braccio dolorante. Allora aveva chiuso l’acqua e senza asciugarsi si era lasciato cadere sul letto.

Lo aveva visto arrivare, ma lo aveva scacciato con la mano. «Vattene» gli aveva detto, «e crepa. Oppure va’ all’inferno e sguazza nella merda.»

Il nulla lasciatogli dall’Anis, il nulla del Rioja e il nulla che lo accompagnava in quella pazzia spagnola si era fatto vivo e lui lo si provava a scacciarlo. Aveva provato a tornare, ma lui era stato forte abbastanza da respingerlo. Forse la sua forza era dovuta al profondo disgusto che aveva provato per sé stesso, si disse. Si era sentito bene quando aveva capito di esserci riuscito. Con il volto rigato, la pelle rossa, stanco come un morto, si era addormentato senza formulare nessun pensiero, senza nessuna immagine impressa sulla retina della memoria. Dormì un sonno senza sogni, un sonno fatto di nulla, ma di un nulla diverso. Sano.

La mattina dopo, alle 6 in punto, era sveglio e vestito. Il nulla non è nulla, si era detto. Dal frigobar della camera aveva preso una lattina di Estrella e si era acceso una sigaretta. L’aveva fumata ritto in piedi, davanti alla finestra che dava su Calle de Chapitela, poi era sceso in strada e aveva lasciato che il sole già caldo del primo mattino gli si posasse sul volto. Mentre camminava aveva elaborato un pensiero così crudo nella sua semplicità che lo aveva fatto sorridere e sentire bene. Un pensiero sincero e che capiva.

Sì, si era detto, bisogna proprio andarci in guerra per capire quanto puttana la guerra sia.

Dall’Hotel La Perla, al Café Iruña, c’erano meno di quaranta metri. Drew Bellamy attraversò la strada ancora deserta e andò a sedersi ad un tavolo all’aperto sotto la grande tenda bianca del café. Chiese al cameriere una copia di El Pais e si fece portare un bicchiere di latte freddo zuccherato. Lesse il giornale sino quando anche lei lo raggiunse un’ora dopo. La salutò e provò a baciarla, più per abitudine, che per un gesto della sfera affettiva, e quando lei gli porse la guancia invece delle labbra le disse: «Bene. Quel rossetto tanto non mi piaceva.»

«Ti trovo bene Drew. Fatto buon viaggio?»

      Ordinarono churros e caffelatte.

      Mentre facevano colazione lui fu sicuro che il nulla non sarebbe più tornato, o magari ci avrebbe provato, ma era certo che non avrebbe più attecchito, perché il terreno non era più fertile; e poi ora c’era quella flebile eco, quel toc, quel suono sordo di legno battuto che risuonava nella sua mente.

      Si sarebbe però stupito, se avesse saputo che di fronte gli sedeva una possibile e ventura adepta del nulla supremo. Se lo avesse inteso le avrebbe detto di farsi atea, di non credere al nulla, perché se gli credevi il nulla si materializzava. Le avrebbe anche detto che scacciarlo era difficile, e che avrebbe dovuto bere diversi bicchieri di Anis del Mono per farsi lasciare un po’ in pace. Ma poi anche l’Anis le avrebbe lasciato il nulla nel corpo e allora avrebbe dovuto origliare da una porta, farsi venire la nausea e strapparsi la pelle con una spugna bianca sotto un getto d’acqua bollente e non avrebbe dovuto curarsi di quanto l’acqua scottasse perché non c’era acqua calda abbastanza per sciogliere quel ghiaccio che ti si era formato intorno all’anima, quindi, era meglio farsi atea subito e cercare di riempire il nulla con dell’altro nulla finché questi non si fossero annullati a vicenda. Ma era difficile. Molto difficile. La guerra è una gran puttana, sai? Te ne accorgi quando ci vai, parlarne, disprezzarla da lontano non serve. Solo andandoci capisci quanto puta sia.

«Vorrei una birra» disse lui. «Fa così caldo che potrei iniziare adesso e continuare sino a sera.»

«Se ti può far sentire meglio, accomodati.»

«Che figura farei a bere birra alle otto e trenta del mattino?»

«Be’, credo che questo café ne abbia viste abbastanza da poterlo sopportare. Non dartene pena.»

«Pensi di sapere qualcosa di questa café? È qui che probabilmente Harold Loeb stese Hemingway con un gancio, sai?»

«Oh, finiscila, Drew. Dimmi» riprese lei, «perché te la prendi così tanto?»

«Non lo sai? Davvero?»

«No. Forse sì, però.»

«Mi sento a metà» disse lui. «Mi sento come se non appartenessi a nessuno.»

«A metà?»

«Già.»

Guardandolo negli occhi e vedendo che era serio, non seppe decidersi se doveva sentirsi arrabbiata o offesa; se doveva invece sentirsene divertita o, più semplicemente, se doveva alzarsi e tornarsene all’albergo, dimenticandosi di Drew Bellamy. Drew Bellamy che non voleva capire quanto lei avesse bisogno di lui, perché lui era una valvola di sfogo, una giornata sul corso a fare shopping, un pugno al cuscino, una seduta dalla manicure, un Martini non shakerato ma agitato con oliva verde e stuzzicadenti ritto e rigido come il membro di un quindicenne con il testosterone a palla che ti punta per la strada.

Gli prese una mano e accarezzandogliela con l’altra gli disse: «Quella dovrei essere io, sai? Non confondere i ruoli, per piacere.»

In Plaza del Castillo un cane inseguiva un gatto. Un ragazzino sventolava una bandiera basca. Un furgone della DHL era fermo davanti ad un ottico. Sui muri di alcuni edifici potevano ancora vedersi i manifesti del programma delle corride appena concluse. Su tutti campeggiavano la foto di El Juli e di El Califa. Il ragazzo si domandò che senso c’era a venire a Pamplona tre giorni dopo la fine della feria.

Prese un sorso di caffelatte, accese una sigaretta e glielo chiese.

«Drew, a noi delle corride non importa nulla. Questa città è bella anche così. E poi una camera, durante la feria sarebbe costata più di mille euro a notte.»

«Be’, è strano però» disse lui. «Non la camera, ma il fatto che non proviate il benché minimo interesse per un rito vecchio quanto il mondo. Perché è un rito, sai? Direi quasi apotropaico. Certo non è uno sport.»

«No, non è strano. Vedere massacrare un toro è strano. È da sadici, da barbari.»

«Amen.»

«È così. Da sadici.»

«Tu credi?»

«Ne sono sicura.»

«Già. Tu sei sicura.»

«Drew, che vuoi?»

«Vorrei te.»

«Mi hai già.»

«Non come vorrei.»

«Mi vuoi in esclusiva?»

«Volevo stare con te. Solo io e te.»

«Perché parli al passato, adesso?»

«No ho parlato al passato.»

«Si che lo hai fatto.»

«No, ti dico. Non ho parlato al passato perché appunto in quanto passato non esiste più. E nemmeno parlerei al futuro, perché non esisterebbe in quanto cosa ancora a venire. Ma non credere, nemmeno il presente esiste. È una fregatura, sai? Cos’è il presente? Un attimo, un nanosecondo tra due momenti fittizi, uno dei quali morto, e l’altro non ancora nato. Anche se il presente esistesse sarebbe ben poca cosa, certo non degno di darsene pena. Qualsiasi cosa, concetto, idea con una vita così effimera non può essere sicuramente buona. Credo dovremmo parlare tutti al condizionale, almeno saremmo certi dell’aleatorietà delle nostre affermazioni.»

«Senti, Drew, finiscila» gli disse, «perché non ti accontenti? Puoi avermi quando vuoi. Tu mi piaci e con te ci sto bene. Ti prego, non rovinare tutto, prendi quello che ti viene dato e non chiedere quello che non ti si può dare. »

«Non parlare così.»

«Drew, perché te la prendi tanto?»

«Perché non voglio più dividerti con nessuno. Odio l’idea di sapervi a letto insieme. Avete fato l’amore, ieri sera, vero?»

«Sì, lo abbiamo fatto. È una cosa normale, sai?»

«Però l’hai fatto anche con me.»

«Già. È vero. Ho fatto l’amore anche con te. Questo però non è normale. È…» Ci pensò un attimo e poi disse: «È naturale.»

«Sei orribile. Come puoi farmi questo?»

Lei trasse un respiro profondo e si sforzò di trovare delle parole semplici per esprimere un concetto altrettanto semplice: che non doveva confondere la voluttà con l’amore. Queste potevano correre sullo stesso binario, ma potevano anche prendere una strada propria, in totale indipendenza. Quante coppie vivevano di sola passione? Quante di solo amore? Ma come poteva dirgli una cosa tanto chiara per lei e così incomprensibile per lui senza ferirlo? Poteva dirgli che lui era un disimpegno? Poteva dirgli che era una pallina antistress? Che lo aveva preso perché era un bel ragazzo e perché a letto ci sapeva fare? Poteva dirgli che non lo amava ma desiderava solo farsi sbattere da lui? Poteva dirgli che era un riempitivo del suo nulla quotidiano? No. Decise che non poteva. Anche se non lo amava, e di questo era certa, gli voleva bene. Non poteva fargli così male. Rinunciò e gli prese ancora la mano.

«Drew, caro, hai confuso i ruoli ancora una volta» gli disse. «Io non tradisco te con lui. Io tradisco lui con te. Se qui c’è qualcuno che potrebbe dire “come puoi farmi questo” quello è lui. Non si merita questa porcata. Non l’ha mai meritata. Sai, cinque anni insieme vogliono dire qualcosa, no?»

«Lo ami?» Le chiese ritirando la mano dalla sua.

«Sì.»

«Mi ami?»

«Potrei. Se smettessi di amare lui.»

«Lo faresti?»

«Non lo so, Drew. Dovrei prima volerlo.»

«Volerlo?»

«Sì, volerlo. Ma queste sono cose che non si ottengono perché le si vuole. Succedono.»

Lui guardava dritto di fronte a sé. Il cane aveva smesso di inseguire il gatto e il bambino con la ikurriña era sparito chissà dove. Anche il furgone della DHL se ne era andato. In Plaza del Castillo sembrava essere sceso il nulla. «Be’» disse poi,  «questa storia deve finire.»

Drew Bellamy era preparato alla parola che in passato aveva sempre avuto il terrore di sentire pronunciare e anche se non arrivò, perché la ragazza non parlava, lui la udì ugualmente. Non era dolorosa come si era aspettato e temeva un tempo. Fu anzi una cosa buona. Capiva che era qualcosa che poteva togliere il peso che gli gravava sullo spirito. Gli sembrò come un grande panno bianco, vergine e intonso e pulito. Un panno che era come una pagina bianca e che andava a sovrapporsi al suo nulla e che aspettava di essere vergato, riempito. Aveva realizzato che non ci sarebbero più state sere aspettando una telefonata e notti solitarie fissando il soffitto. Niente più litigi. Niente più vane attese. Niente più scenate di gelosia. Niente più pugni nello stomaco quando avrebbe visto un nuovo segno rosso sul suo collo. Non avrebbe più dovuto vivere giorni d’inferno per una notte di paradiso. Forse, incosciamente, ma molto in giù, in una profondità sconosciuta, si chiese se la paura per quella parola non fosse altro che un desiderio mascherato. Un po’ come gli ipocondriaci e la morte, si disse. La temevano perché la volevano. Lui aveva temuto la parola fine perché probabilmente dentro di sé era quello che voleva. Voleva che finisse, che Silvia scomparisse e che tutto tornasse come prima.

Guardò il mondo con una nuova prospettiva, una prospettiva che escludeva Silvia Parigini, dalla sua visuale. Allora ricordò cose che aveva dimenticato. Ricordò Isabella Wilson nella palestra del liceo di Casper, nel Wyoming. Ricordò Deborah Teddson e le notte passata con lei durante la gita al lago Michigan; Ilary Compton, Alice Silver, Giorgia McMillian. Ricordò il Lyon-Paris, la Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, la Recherche di Proust, Frank Sinatra, la riproduzione di Mirò sul muro del Milleluci, Sarah che lo chiamava gnocco, Sonia che vestita solo di un accappatoio bianco gli massaggiava le gambe e la Ferrari che correva a Monza. Ricordò che il nulla lo visitò per la prima volta quando confuse passione con amore e che quell’amore che non era amore diventò ossessione. Ricordò anche che aveva voglia di una birra e allora si alzò. Dalla tasca dei jeans prese un biglietto da venti euro e lo lasciò cadere sul tavolo vicino al piatto dei churros. Le si avvicinò, la baciò sulla fronte e le disse ciao. Aveva aperto la bocca per dire addio, e invece disse ciao. La parola addio era troppo legata al concetto del nulla. Ciao era più semplice, meno impegnativo, più in buona salute. Più sincero.

Se ne andò senza sapere se quello che sentiva dentro e che gli stava frustrando l’anima fosse la consapevolezza di averla volontariamente e definitivamente persa, oppure un più prosaico e genuino senso di riacquisita libertà. Non lo sapeva ed era contento di non saperlo. Non sapeva nemmeno cosa avrebbe fatto e dove sarebbe andato e anche di quello era contento.

La ragazza lo guardò attraversare la piazza e scomparire dentro il bar Baviera. Lui al bar Baviera ordinò una cerveza ghiacciata, chiese dov’era il bagno e lo usò. Si sentiva molto leggero, fluttuante, ora che viveva in un mondo senza più Silvia Parigini; e quando pensò a lei non pensò al profumo che aveva la sua pelle appena uscita dalla doccia. Pensò invece a quelle antiestetiche macchioline rosse che aveva sull’interno della coscia destra e all’alito pesante che le veniva ogni volta che aveva bevuto troppo; pensò anche che non aveva fantasia e che era la partner sessuale più egoista che avesse mai conosciuto e che andare a sciare a Tione non le sarebbe bastato per darsi un tono, e nemmeno leggere l’Ulisse di Joyce, e dire che era un lavoro profondo e ispirato, sentito e sofferto, le sarebbe bastato per darsi quel tono che aveva visto a Parigi.

Al café Iruña, lei pensò che non era la fine. Sapeva che l’avrebbe cercata ancora. Drew avrebbe resistito un paio di settimane, non di più. Sempre in silenzio si alzò e tornò al suo albergo. In camera vide l’uomo che era il su uomo da cinque anni. Lo vide mentre dormiva con la bocca aperta e la canottiera azzurra arrotolata fino a metà pancia. Un cilindro di adipe strabordava sopra l’elastico teso dei boxer bianchi.

Alla finestra della sua camera d’albergo, Silvia Parigini guardò Plaza del Castillo ancora deserta, e anche lei si chiese, come aveva fatto Drew Bellamy poco prima, che senso ci fosse nel venire a Pamplona pochi giorni dopo la fine della Feria de San Fermín.

Si tolse gli abiti e si coricò vicino al fidanzato. Non si domandò dove fosse Drew, ma si chiese per la prima volta, con un senso d’apprensione, se sarebbe tornato. Ne era quasi sicura… ma c’erano quegli occhi.

L’uomo che era il suo uomo da cinque anni aprì i suoi e li fissò nei suoi di lei.

Sorrise.

Silvia Parigini si sentì sola nel nulla di un’assolata mattinata basca.

FINE

 Copyright © Andrea Comazzi-Prando

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Guerra, pace separata

Pubblicato: 23 gennaio 2013 in Racconti
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Posto qui l’incipit di una short story inedita in Italia. Apparsa sul magazine New Globe del 2012 in lingua inglese.
Ogni riproduzione è vietata.
© Andrea C. Prando 2012
   Non era deluso perché il racconto era stato rifiutato. Era deluso perché tutti gli autori che collaboravano con la rivista lo avevano saputo.
      Il racconto di per sé non era buono. Lo scrisse in pochi minuti, attenendosi alle regole imposte dalla rivista: 300 parole massimo; non più di 30 righe editoriali. L’argomento era la tua visione della guerra.
      Non perse tempo ad inventare nulla. Descrisse lo sbarco in Normandia così come glielo aveva racconto lo zio di suo padre. Ci mise sangue, morti, dolore e urla; ci mise anche disperazione, accettazione e follia. Ci mise molta paura. Tutti ne avevano, anche lo zio. Ricordava le sue parole precise: “Sul mezzo da sbarco, benché l’aria circolasse benissimo, potevi sentire due odori ben distinti. Uno era sudore, l’altra era puzzo di merda. Io mi cagai nei pantaloni appena vedemmo la file di Bunker sulla spiaggia e i primi corpi maciullati dai grossi calibri delle mitragliatrici tedesche galleggiare sull’acqua.”
      Lui sulla guerra invece pensava solo una cosa: benché meschina, umiliante, tragica, era un errore; un errore necessario che si ripeteva continuamente nella storia. Lesse una volta che la guerra era da considerarsi come una grande scopa che spazzava via lo sporco ogni qualche generazione. Non sapeva se fosse vero e nemmeno ci credeva sino in fondo. Sapeva però che la guerra spesso era inevitabile. Tu potevi anche farti gli affari tuoi, purtroppo però, erano gli altri a non farsi gli affari propri. Allori ti armavi e combattevi. Qualcuno per la Patria, altri per Dio. Lui sapeva che se avesse dovuto combattere avrebbe combattuto per sé stesso. Non era egoismo, era la semplice constatazione di un’ovvietà. Combattere per gli altri non era altruismo, era semplicemente una forma di conservazione delle cose care: si combatteva per conservarle, per non soffrire facendosele portare via. In fondo combattevi per te stesso, e alla fine, quando eri stanco, anche tu fermavi e firmavi una pace separata, come aveva già fatto molto tempo prima Frederic Henry.

Rivelazioni

Pubblicato: 7 novembre 2011 in Racconti
Tag:

Rivelazione
Silenzio.
Primo squillo.
Silenzio.
Secondo squillo.
Poi un terzo, un quarto, un quinto, un sesto, e infine, quando ormai l’umanità, terrorizzata, afflitta, in preda ad un’angoscia sempre più disarmante, ormai conscia di ciò che stava accadendo, risuonò il settimo squillo.
Avvenne velocemente. Nessuna pausa, nessun interludio.
Il sole ebbe un compagno nuovo, forse una compagna. Un sole alieno, piccolo. Qualcuno disse il sole del paradiso, qualcuno della Gerusalemme Celeste, qualcun altro il sorriso di Dio; tutti però, ci videro l’occhio che tutto vede. Dal mare si levò una bestia mai vista. Aveva il corpo di nano e la testa di donna. Dalla bocca vomitava ricchezze e la sua voce era follia; le mani erano rosse, gli occhi neri come la notte. I capelli erano nebbia e ciò che toccava appassiva. Il cielo si fece grigio e il vento cadde all’improvviso. Poi venne la notte e le stelle si spensero. Ci fu in suono. Il suono di una lacerazione, di uno strappo. Il cielo si squarciò e, tra lingue di fuoco, apparvero i volti degli angeli. Cherubini dal volto rosso brandivano spade fiammeggianti falciando l’aria e ogni fendente inceneriva migliaia di alberi. Serafini dai volti splendenti come mille soli ardevano ogni creatura al loro passaggio. Arcangeli rivestiti di ferro e armati di lance guidavano legioni di angeli. Li seguiva colui che venne come agnello e che ora tornava come leone.
Dai quattro punti cardinali echeggiò lo scalpitio di quattro cavalli, montati da quattro cavalieri terribili nel volto, più terribili nel compito. Le tombe si scoperchiarono e i defunti tornarono in vita affamati. I cancelli degli inferi furono spalancati. Una bestia immonda ne uscì portandosi dietro tutto l’inferno. Orde infinite di dannati e miriadi di demoni orribili nelle fattezze camminarono sulla terra.
Il giudizio finale, dei vivi e dei morti, era cominciato.
©Andrea Comazzi Prando, 2011