Archivio per la categoria ‘Salvo Pirlasconi’

Salvo Pirlasconi fugit!

Pubblicato: 24 aprile 2011 in Salvo Pirlasconi
Tag:
3
Pirlasconi fuggiva.
Correva, correva, correva.
Attraversò in un baleno il parco della clinica – dove era stato ricoverato in stato di shok dopo l’incidente con il cane di tre giorni prima – evitando sedie a rotelle occupate da copie di Lamberto Brossi e spinte da copie di Rosangelino Malfano; correva zigzagando, saltando ostacoli, schivando infermiere agghindate come la Brabambilla.
Giunto al muro che divideva il terreno della clinica dalla strada statale, Pirlasconi si fermò:  era alto, cazzo!
Due metri e mezzo buoni, forse tre. Non c’era nulla per issarsi oltre il muro; niente sul quale salire sopra e provare ad arrampicarsi oltre.
Cadde.
Prostrato, annichilito, si lasciò andare contro la parte interna del muro. Scivolò in basso, le spalle ben aderenti alla struttura di cemento.
Pfoff, fu il rumore che produsse il Culone-Classe-Nimitz, quando tocco il manto d’erba sotto di lui.
Pirlasconi chiuse gli occhi e si appisolò.
Avrebbe forse dormito per ore se il proprio odore non lo avesse ridestato quasi subito.
« Puzzo », disse a voce alta. « Puzzo come una cesta di Mawashi sporchi dopo un torneo particolarmente impegnativo ».
Pianse, pianse, pianse.
Poi starnutì, sollevo la mano, e si pulì con la manica della giacca acquistata in saldo l’anno prima nel reparto uomini della Standa a Rocca Spigolosa.
Qualche minuto dopo una mosca andò a posarsi sul naso di Pirlasconi.
Cadde a terra fulminata. Le compagne intonarono un canto funebre e le innalzarono un monumento alla memoria.
Cosa aveva visto, sentito, odorato la povero meschina per cadere a terra morta?
L’orrore… degno della follia di Chtullu.
Pirlasconi non era brutto, anzi. Aveva un viso regolare con la fronte spaziosa e gli occhi ben distanziati; l’iride, di colore itterico, era ben proporzionata. Il naso era piuttosto lungo, bianco e scivoloso: veniva usato dal V Stormo Bombardieri Zanzare durante l’estate come pista di decollo, proprio grazie alla sua proprietà peculiare: l’untuosità che diminuiva l’attrito in fase di spinta.
La bocca, purché rimanesse chiusa, non aveva nessun tratto caratteristico – eccetto per un foruncolo sempiterno sull’angolo inferiore destro.
Aperta, be’, le cose cambiavano.
Aveva un dente sì e uno no (sembrava un cruciverba del Bartezzaghi, oppure, come i suoi amici dell’oratorio parrocchiale dicevano, l’anta di una persiana maltrattata dalla grandine e sbattuta dal vento); il fiato era classificato come arma di distruzione di massa. Una leggenda popolare dava per certa un’invasione da parte dell’esercito americano di Giorgino Bush, qualora Pirlasconi non avesse permesso l’invio di commissari dell’Onu. Impossibilito a trovarne, Bush, optò per la guerra in Iraq. Pirlasconi era alto un metro e cinquantacinque, e possedeva con un fisico asciutto. Troppo. Pirlasconi stava a Fassino come la terra stava al sole. Aveva dei lunghi capelli neri – non suoi, rubati ai tempi della Milano da Bere si socialistiana memoria –  d’un nero pelo di topo, veicolo di peste bubbonica (Pirlasconi ne era immune); per mantenerne l’untuosità e l’opacità, il buon Giuseppe usava un prodotto introvabile nei supermercati nazionali: balsamo di scarabeo stercororaro, made in Egypt.
Aveva la pelle porosa, bianca e perennemente grassa. Sudava spesso come un maiale; lo stesso tipo, qualità e quantità, che il porco avrebbe secreto se avesse visto un BBQ sul prato dietro casa.
Da bambino Pirlasconi venne morso dal cane dei vicini e, preoccupatissimi, questi, lo portarono seduta stante a fare un’iniezione antirabbica. Il veterinario calmò i padroni del cane, assicurandoli che il cane non aveva contratto nessuna infezione. Pirlasconi, però, rischiò di essere abbattuto con un colpo di fucile sul cortile di casa dalla guardia comunale.
Annunci

Mattino al parco

Pubblicato: 4 aprile 2011 in Salvo Pirlasconi
Tag:

2

Sedeva al parco da ormai tre ore e il sedere, formato USS Nimitz, gli doleva. Bellapietra gli aveva comunicato dell’incidente in cui era incorso il buon Egnazio Lucrania. Era strana, non che dovesse essere allegra, certo, ma a Salvo sembrava che nella voce al telefono risuonasse un tono d’accusa.
« Fanculo », disse tra i denti. « Non è colpa mia se a quel reazionario in camicia nera hanno gli è stato presentato il conto. »
Un bambinetto, con non più di 8 primavere sulle spalle, puntò una pistola giocattolo contro Pirlasconi.
« Pum, Pum », disse. « Sei morto, signore », e rise, mostrando un sorriso meraviglioso alla Mulino Bianco.
« Col cazzo », grugnì Salvo mostrando il dito medio al bambino. « Io non sono morto. Son ben vivo! E se non te ne vai con quella pistoletta del cazzo… »
« Ah? Davvero? » La voce arrivò dall’ombra che improvvisamente s’era alzata alla sua destra.
Salvo Pirlasconi alzò gli occhi e vide i lombi che avevano generato il bimbetto con la pistoletta. Era un uomo alto, grosso, rosso di capelli e terribilmente bianco di carnagione. Nella mano destra stringeva un guinzaglio con catene d’anelli adatti più ad un orso che ad un cane. Pirlasconi lo mise a fuoco e non riuscì a trattenere un moto di paura. Non era un orso, ma a dimensioni, gli si avvicinava parecchio.
« Come? » chiese Pirlasconi. La voce gli uscì come un sospiro flebile, così basso da risultare quasi inudibile.
« Dove dovrebbe andare mio figlio? Puoi ripetermelo, per favore. »
Pirlasconi chiuse gli occhi e sperò per il meglio.
Nel frattempo le sue ascelle avevano raggiunto il limite della tollerabilità.
« Lei puzza, signore », disse il Barbarossa della Bassa. Anche il cane sembrò approvare il padrone. Alzò la gamba destra e si produsse in un peto fragoroso, ma armonico. Obbiettivo del cane era allontanare l’odore mefitico che proveniva da quel bipede seduto con le sue flatulenze, pestilenziali sì, ma sempre meglio dell’odor di topo morto farcito che il bipede emanava.
Sempre ad occhi chiusi Pirlasconi bofonchiò qualche parola incomprensibile. Al Barbarossa giunse soltanto un “‘anculo”.
« Fanculo? Ha detto fanculo, signore? Si? »
Salvo sentì lo scroto arricciarsi e la pelle sulla nuca sembrava voler ritirarsi sin sulla terza vertebra cervicale.
Il gigante rosso dalla pelle bianca accarezzò la testa del cane e gli disse: « Va’, Briciola. »
Briciola, che era un incrocio tra il San Bernardo idrofobo di Stephen King, Cujo, e Cerbero il mostro a tre teste a guardia delle porte d’Ade partì.
Pirlasconi aveva già liberato vescica e intestini prima di capire che il gigante, il bambino e il loro cane infernale, tutti ridendo, stavano tornando sui lori passi.


1
 
Si alzò presto quella mattina, molto prima che il gallo cantasse.
Sceso dal letto, infilò le Defonseca appartenute a zio Celestino e si diresse verso la cucina. Nel corridoio incrociò il micio di casa, un grosso gatto rosso, orbo dell’occhio destro.
Lo scalciò malamente, mandandolo a finire contro il vaso di crisantemi che teneva in corridoio sotto la gigantografia incorniciata nel plexiglass dell’Ikea di Muhammar Gheddafi.
Il gatto, ricevuto il calcio, non protestò: alzò la gamba sinistra e si produsse in un peto armonico. Salvo Pirlasconi lo maledisse e si ripromise di cavargli anche l’altro occhio.
In cucina, ancora infestata dai miasmi peperoni-cipolla della sera prima, si preparò la colazione.
Pane, simpatia e un bel bicchierone di Vov – l’onanismo lo sfiniva e il Vov era l’unica cosa in grado di rimetterlo in sesto.
Ingurgitato l’intruglio rivolse la sua attenzione alle mani. I calli s’erano fatti preoccupanti e un tantino dolorosi. « Fanculo », si disse. « Un po’ di crema idratante supplirà alla bisogna ».
Scorse i titoli del giornale velocemente e si soffermò sui necrologi. Lesse con attenzione tutte le pubblicità e meditò sul nuovo taglio di capelli che Emilio Fede (ah! Bei tempi, quelli!) sfoggiava nella foto pubblicata in terza pagina. Una parola catturò la sua attenzione: manomorta. Non ne conosceva il significato; si ripromise di cercarla sul dizionario la sera stessa. Tutte le notti, prima di addormentarsi, leggeva due pagine del Devoto Oli, come gli aveva insegnato il suo professore di Lettere: Gioppino Trappattoni.
Giunto in bagno si guardò allo specchio, si passò due gocce di acqua calda sul volto, si annusò le ascelle e decise che per quella settimana poteva ancora andare bene. Dal bicchierino di Nutella con Pippo e Topolino intenti a rincorrere la maiala di Topolina nuda (comprava la maggior parte degli arredi per la cucina e il bagno nel sexy shop sotto casa) afferrò un tubetto di Colgate, ne spalmò qualche atomo su uno stuzzicadenti e se lo mise in bocca.
Uscì di casa felice come un sotterramorti il giorno del giudizio universale.