Archivio per la categoria ‘Recensioni’

Tre uomini in barca di Jerome

Pubblicato: 3 settembre 2011 in Recensioni
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Tre uomini in barca è un piccolo gioiello. Un libro scritto con un vis comica ormai perduta – andrebbe consigliato a quelle miriadi di comici che infestano le tv italiane e che pretendono di far ridere risultando solamente volgari (spesso solo insipidi – la morte della comicità, no?).
Jerome riesce a far ridere e ci riesce bene. Memorabili sono alcune scene del libro, tra le quali è doveroso ricordare quella di zio Podger e il quadro, quella dove si fanno i preparativi per la partenza – impagabile il passo dedicato allo spazzolino da denti -, la breve scena dedicata a Montmorency e il bricco del tè, e infine quella dove si prepara lo stufato irlandese.
Particolarmente riuscita, poiché concisa ed efficacissima, è la scena del banjo e il male al capo: superlativa.
Jerome scriveva nel XIX secolo, in quell’Inghilterra grigia e piovosa di vittoriana memoria. L’autore alterna in modo pregevole piccole chicche filosofiche, aneddoti legati alla saggezza popolare, descrizioni sublimi del paesaggio fluviale, informazioni storiche – non prive di ironia sul buon Cesare e la regina Elisabetta – a battute fulminee. La bellezza del romanzo sta nell’essere scritto usando un vocabolario forbito, consono ad un gentiluomo del XIX secolo. Jerome non è mai volgare, nemmeno quando tratta dell’anatomia umana, del sesso e dell’amore – argomenti dove risultar volgari è sempre molto facile.
Tre uomini in barca è un libro che consiglio a tutti. Ideale per una giornata estiva particolarmente noiosa.

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Epistolario di Abelardo ed Eloisa

Pubblicato: 13 aprile 2011 in Recensioni
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Quanto assurda è la storia d’Amore tra Abelardo ed Eloisa?
Così mi sono sentito domandare da una cara amica alla quale avevo consigliato il libro.
Assurda?
Sì, forse assurda.
Assurda perché in pieno XII secolo sia Abelardo che Eloisa vestivano i panni dei moderni.
Immaginatevi un Dialettico, un Logico e, checché ne abbiano detto gli allora avversari, un Teologo, che condanni le Crociate, portando come giustificazione l’errata proposizione che versare sangue in nome di Dio è sempre e comunque sbagliato! Un uomo, un religioso, che cercava che nel più puro spirito pedagogico di trasmettere ai propri studenti l’amore per la disputa e per la ricerca, e non della mera ripetizione del già detto, dove non si aggiungeva nulla. Abelardo provava a conciliare Ratio e Fides, e ci sarebbe anche riuscito se non si fosse levato contro di lui l’anatema di Bernardo di Clairvaux (non ancora Santo) e dei suoi accoliti modello.
Fu grazie ad Abelardo se a Parigi (e poi in tutta Europa) le scuole – le Università – sfuggirono al controllo vescovile: le scuole cattedrali divennero così scuole cittadine.
Questi era Abelardo.
Ed Eloisa, la più forte della coppia, la più incompresa – persino da Abelardo – ?
Giovinetta dissertava di storia. Parlava latino, greco ed ebraico. Una donna così, mille anni fa! Una donna che scrisse: “Preferisco essere la tua prostituta piuttosto che recarti disonore con il matrimonio e nuocere alla tua carriera di Maestro.”
Qualcuno, ancora oggi, crede l’epistolario tra i due un falso.
Il mio parere non conta (benché io lo creda autentico), ma se un falso è, tanti complimenti al falsario, perché ha scritto un capolavoro.
Ho sempre amato questo libro. La storia di un amore difficile, in un epoca difficile, in un mondo, appunto, non fatto per le menti troppo aperte.
Abelardo ed Eloisa hanno sfidato il mondo e le sue convenzioni.
Uno con la logica, l’altra con l’intelligenza attiva. Eloisa ha dimostrato che la donna nulla aveva da invidiare agli uomini – solo ad Abelardo, Eloisa riconosceva una caratura culturale e umana maggiore alla propria.
Eloisa, forse una Garlande, famiglia potentissima dell’Isle-de-France, ci fa quasi tenerezza quando nelle sue lettere parla dell’amore suo e di Abelardo; quando scrive di quella sua voglia d’amore, di amore vero, e non di quello imposto a fini politici e per maggior gloria della famiglia; quando scrive della sua voglia carnale, trattata sì con imbarazzo nelle lettere, ma accetta con naturalezza – più di un ormai sessualmente defunto Abelardo – in quanto un piacere sì perfetto non può avere nulla di male. Osa persino ricordare ad Abelardo che la passione li travolgeva finanche nella casa di Dio, quando Abelardo, Cluniacense a Saint-Denise, l’andava a trovare ad Argenteuil, dove lei già indossava gli abiti di novizia.
Un amore bruciante, durato per tutta la loro vita.

Caino di José Saramago

Pubblicato: 13 aprile 2011 in Recensioni
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Caino di José Saramago è un libro scritto molto bene. Riesce a rendere frizzante ed ironico il mondo dell’Antico Testamento che di frizzante e ironico proprio non a nulla. Il Caino di Saramago è uno sciabolatore di lingua: la sua è più tagliente della Durindana di Orlandiana memoria.
Un Caino modernissimo, per nulla messo in soggezione dalla divinità – divinità che dalla pagine di Saramago emerge quale mostro d’egoismo, vendicativo, rancoroso e totalmente approssimativo.
Emblematico dell’approssimazione divina è il dialogo a tre tra Cainio, Dio e Noè, sul dove costruire l’Arca. La divinità dell’Antico Testamento sembra ignorare – benché fattore dell’Universo – le più basilari leggi della fisica.
Lilith, così bistratta nella Bibbia, diviene in Saramago l’archetipo della donna moderna – o di come dovrebbe essere – : indipendente, conscia del proprio ruolo e delle proprie possibilità, nonché della sua “parità”, non provando per nulla un senso d’inferiorità nei confronti del marito Re.
Caino/Saramago condanna in modo categorico e inappellabile la giustizia divina. Accusa la divinità di stupidità, grettezza e senso del giusto. Come puoi, dice Caino, condannare a morte un’intera città (Sodoma) per il peccato di pochi? Erano tutti peccatori, replica Dio.
Caino continua, mettendo a nudo la pochezza di sì tanta divinità con la domanda più semplice: “Anche le donne, i vecchi, i bambini? Chiede arrabbiato e scioccato. Dio nion risponde, non vuole o non sa rispondere. Pessima figura, oltre a Noè, Mosè e Giacobbe, la fa anche Abramo, descritto come padre degenere che invece di “mandare a cagare Dio” alla richiesta di sacrificare suo figlio Isacco, si fa premura di obbedire celermente al comando di Dio.
Caino è un ottimo libro – un gradino più sotto a Il Vangelo secondo Gesù Cristo.
Attenzione, però.
È un libro fortemente sconsigliato a chi, sebbene credente, non sappia accettare la critica di che credente non lo era affatto. Insomma, fondamentalisti cristiani, statene alla larga.

>La Strada di Cormac McCarthy

Pubblicato: 16 marzo 2011 in Recensioni
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La Strada di Cormac McCarthy è uno di quei libri che disorienta il lettore. Parte lento e sembra ripetitivo in ciò che esprime: la strada, appunto – questo lento, continuo arrancare lungo la strada, nascosti alla strada, paralleli alla strada.
Parrebbe un illusione cinetica. Sembra apatico, lo si percepisce come statico, ma non lo è affatto.  Pochi paragrafi dispiegati sulle pagine, ci mostrano un mondo finito dove un padre e un figlio (la madre ha già ceduto, volontariamente) lottano per sopravvivere.
Vanno a sud, nella speranza di trovare un luogo dove il sole riesca a superare la coltre di nubi, ormai perenne, che impedisce ai suoi raggi di riscaldare il pianeta.
La violenza è ovunque sulla strada. Bande di predoni cannibali, che non disdegnano di cibarsi di neonati; gruppi di esseri umani tenuti prigionieri come riserve di cibo; gente pronta a sacrificare il prossimo, condannandolo all’inedia o al congelamento, per pochi barattoli di fagioli.
McCarthy mette in scena un storia post-nucleare, sì, ma che bene si può ricollegare all’essere umano moderno: quante volte, in un lontanissimo passato, i nostri antenati hanno seguito una strada alla ricerca di sole, cibo, compagnia, protezione; quante fughe hanno visto le strade del passato – sebbene strade propriamente dette non fossero.
Nella marcia di padre e figlio, possiamo cogliere l’atavico istinto di sopravvivenza che spinse i primi uomini – appena scesi dagli alberi, e non ancora propriamente eretti – ad abbandonare la boscaglia per inoltrarsi nella savana. E così fanno padre e figlio. Lasciano la sicurezza dei boschi per la strada. La strada come la savana di millenni fa: pericolosa, ma unico luogo dove trovare cibo e luoghi più adatti alla sopravvivenza.

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Omaggio a Stephen King – Parte I – 1

  • Introduzione 
  • Carrie 
  • Le notti di Salem 
  • Ossessione 
  • Una splendida festa di morte // Shining 
  • A volte ritornano 
  • L’Ombra dello scorpione

INTRODUZIONE
Stephen King, secondo alcuni – critici di professione per lamaggior parte, ma anche semplici snob della lettura – è semplicemente unparoliere. Uno scrittore che vende libri a peso, privo di stile e di contenuto.
Nulla di più falso.
Sono pronto a metterci la faccia: qui, oggi, vi dico che tra nonmolto i racconti e i romanzi di Stephen King entreranno nelle antologie scolastiche, come già accaduto per Edgar Allan Poe.
Stephen King graffia, scava, scende in profondità e riporta insuperficie le nostre paure.
Queste righe non vogliono essere un saggio ma un semplice omaggio auno degli scrittori più amati della nostra epoca.
CARRIE – CARRIE, 1974
Carriesegna l’esordio di Stephen King come romanziere – in precedenza questi avevagià pubblicato diversi racconti per alcune riviste. La genesi di Carrie è moltointeressante – King stesso ne parla in On Writing, raccontandoci della sua vitacon la moglie Tabitha quando ancora vivevano in una roulotte…

Il romanzo ci trasporta nel mondo della giovane Carrie, una licealedella provincia americana, emarginata, per nulla inserita nel gruppo dellecoetanee, spesso violentemente esclusane. Carrie è bruttina, Carrie è sola,Carrie è succube del fanatismo religioso della madre. King, dopo aver scrittola prima parte del romanzo non lo sentì buono. Scrisse di sentirsi moltopoco addentro alle tematiche femminili adolescenziali e decise di interromperela scrittura del romanzo gettandolo via. Lo ritrovò la moglie, nel cestinodella carta straccia, lo lesse, lo apprezzò, e convinse il marito acontinuarlo, dicendogli che era maledettamente buono e che aveva saputocogliere la psicologia di una liceale e del mondo femminile in generale moltobene.
Aveva ragione.
Carrie è telecinetica, depositaria di un potere immenso,distruttivo, famelico, incontrollabile. Non se ne serve, poiché consapevoledella sua pericolosità. Ma il potere, insito in lei, non chiede il permesso peruscire. Quando Carrie perde il controllo, vuoi per ira, per vergogna o perpaura, il potere esce, tracima dai fragili argini delle difese erette da Carriee semina morte.
La quasi totalità del corpo studentesco del liceo di Chamberlaine avràl’opportunità di provare sulla propria pelle l’ira di Carrietta White.


Continua…

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Un libraccio!

L’autore cade nel ridicolo sovrapponendo i moderni Stati Uniti all’Impero Romano.
La sua pochezza della storia di Roma è disarmante.
Gli spunti sarebbero anche intelligenti, peccato che scrivendo di Roma pensi a Washington.
Assolutamente da evitare.
 La storia di Roma, la storia militare, è ben altro.

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La Fattoria degli animali è un libro che tutti dovrebbe aver letto almeno una volta nella vita – soprattutto in quest’era di riavvolgimento e di imbarbarimento. Quanto semplice vedere nei maiali del libro i furbetti di quartiere d’oggigiorno. Orwell scrisse la Fattoria degli Animali avendo bene in mente l’Unione Sovietica di Stalin. Noi oggi potremmo vederci (forse persino meglio) l’Italia di Berlusconi – sinceramente, però, ogni cultura potrebbe vederci qualcosa riferito alla propria classe politica, ai propri governanti.
La Fattoria degli Animali tratta una tematica antichissima: la sopraffazione dei semplici tramite la demagogia. Promettere un bene – da raggiungere dopo grandi sacrifici – passandolo per una necessità collettiva, benché questo non sia altro che un bene realmente utile a pochi.
Vietare qualcosa d’altro, ma permetterlo a pochi. Inculcare nelle menti dei tanti, dei semplici, il culto del leader, e della casta; spingere il popolo a credere che il suo bene è indissolubilmente legato al bene di chi lo guida; indurre al sacrificio comune per il bene di pochi.