Ketchum, Idaho

Pubblicato: 29 settembre 2013 in Racconti

Ketchum, Idaho

           Aveva pregato per una quindicina di minuti davanti alla sua tomba. Un Pater,  un Ave, un Requiem, e una preghiera tutta sua personale.

Non aveva portato fiori. Non ricordava di aver mai letto se a lui piacessero e, qualora così fosse, quali avesse preferito. Del resto, andava ripetendosi, poteva importare qualcosa ora?

Servirebbe a qualcosa? Viene più nessuno qui?

La sepoltura del Grande Uomo si trovava tra due maestosi pini: semplice, informale, anonima, funzionale: fredda come la lastra di marmo che la ricopriva – quasi un’offesa alla sua grandezza per chi non avesse saputo quanto lui fondamentalmente fosse stato semplice. E lui, il visitatore, lo sapeva, no?

Si tolse lo zaino dalle spalle, lo aprì, ci guardò dentro per un attimo ed estrasse una fiaschetta di metallo lucido. Armeggiò qualche secondo con il tappo a vite che non ne voleva sapere di aprirsi. Capovolse la fiaschetta e diede qualche colpo sulla parte inferiore con il plamo della mano aperto. Non sapeva perché lo faceva, ma così gli aveva spiegato mamma tanti anni prima, e le cose che s’imparano da bambini non si scordano più. Girò nuovamente il contenitore di metallo liscio, chiaro e freddo, acquistato sei mesi prima in un negozio di articoli militari su a nord, dalle parti di Great Falls, nel Montana. Riprovò il tappo e questa volta si aprì al primo colpo. Se la portò alle labbra e lasciò che il liquido ambrato gli scivolasse lentamente dalla lingua in gola e poi giù in fondo sino allo stomaco. Una sensazione di leggerezza lo prese subito alla testa e in pancia gli esplose una vampata di calore che gli fece stringere le labbra e gli disegnò una smorfia sul volto tirato e stanco.

Riavvitò il tappo, e una volta sistematosi bene la fiaschetta nella mano, caricò il braccio portandolo verso l’alto e poi stendendolo indietro. Era pronto per lanciare la fiaschetta, gettarla via, lontano – un po’ come la gente che getta il flûte nel camino dopo il brindisi con lo champagne. In un certo qual modo, aveva brindato anche lui. Brindato al riposo eterno dell’uomo che più lo aveva influenzato.

Un brindisi buono è un brindisi condiviso, si disse. Pensò allora che anche il Grande Uomo dovesse assaggiare il liquidato dorato che aveva con sé e cambiò idea.

Tolse nuovamente il tappo e ne prese un altro sorso – che ignorò completamente la testa occupandosi solo dello stomaco e che gli procurò una nuova esplosione di calore –  poi, guardandosi attorno un paio di volte, e dopo essersi assicurato che nessuno stava guardando nella sua direzione, svuotò l’intero contenuto sulla lastra di marmo che recava in lettera d’acciaio inossidabile, il nome e le date di  nascita e morte di lui.

Si lasciò scivolare a terra, appogiò la schiena all’albero e chiuse gli occhi.

Forse si addormentò per un attimo (un attimo può essere una microeternità a volte), forse sognò, forse immaginò tutto, o forse, molto più probabilmente, fu vittima di un’illusione quando sua madre, curva e grigia, come l’estate prima che morisse lo chiamò, gli parlò. Sua madre era morta diciotto anni prima. Si era buttata sotto un treno della North Railways dalle parti di Orono.

Non dar retta alla tua mente, quello che vedi, che senti, non è reale: solo frutto della tua immaginazione. Sei depresso, stai sull’orlo del baratro, se le dài retta, e come se ti gettassi giù di tua spontanea volontà, si disse. « Mamma, cosa vuoi, mamma? Tu non sei realmente qui. Ti prego, mamma, torna da dove sei venuta. »

« Cosa fai, sciocchino? Ti sembra il modo? Che cos’hai? »

Sua madre sedeva di fianco a lui. Indossava la vecchia gonna di velluto beige e il maglioncino nero che portava il giorno in cui si uccise. Benché vestita diversamente, quella donna che un tempo aveva lunghi capelli biondi e un sorriso incantevole, ora, come  in passato, le ricordava il dipinto La Madre, di Whistler.

« Un vuoto allo stomaco, mamma. » disse. « Una forma di assenza dotata di massa. Una specie di buco nero delle emozioni. Ne percepisci la presenza, sai che c’è, lo senti, ma non lo vedi.

« Lui è lì. »

« Che cos’è? Dimmelo, piccolo mio. »

« Non ne ho la più pallida idea, mamma. Potrebbe essere odio, amore – o quello che di un amore rimane – rabbia, ira, dolore, delusione, rimpianto, acredine, disinganno, paura.

« Potrebbe essere tutte queste cose e, al tempo stesso, nessuna di queste. È un malessere, questo sì.

« Piangi, ritorni a pregare Dio – quel Dio che ti serve solo nel bisogno e al quale rivolgi solo preghiere di aiuto e mai di ringraziamento – e lo maledici perché non ti ascolta. Allora al dolore subentra la rabbia, poi il rimpianto, poi l’odio e ancora la rabbia. E tu sei lì, solo. Ti guardi intorno e cerchi un sorriso, speri in un abbraccio, in un bacio pacificatore che cancelli il passato.

« Nulla!

« Nulla, perché sei un perfetto idiota sempre pronto a commuoversi. Un perfetto idiota che prova a fare il duro ma ha il cuore da coniglio.

« Non succede nulla e ti accorgi pian piano che non vivi, ma sopravvivi. »

« Stai piangendo, tesoro mio? »

« No, mamma, non piango. Perché che tu pianga o no a nessuno importa. Tu dovresti saperne qualcosa, no? »

La donna, l’apparizione, abbassò il capo e parve sprofondare in una tristezza persino più profonda di quella a cui il figlio era abituato a vederla. Taceva. Si alzò in piedi. Attraverso lei si poteva vedere il viale principale del cimitero e la gente che pian piano se ne andava.  Su di un cipresso, alto e snello, un fazzoletto volato chissà da dove, si impigliò tra  rami.

« Vuoi sapere una cosa, mamma? » le domandò. « Avevi ragione quando dicevi è più facile far tornare a battere un cuore infartuato che un cuore disinnamorato. »

« Io non l’ho mai detto. Perché avrei dovuto? »

« Non lo so, mamma. Se non l’hai detto, avresti dovuto dirlo. Ti saresti risparmiata anni di sofferenze. »

Prese dalla tasca del giubotto un pacchetto di Camel e ne accese una. Soffiò il fumo fuori dalle labbra, in faccia alla visione della madre. Il fumo l’attraversò, senza trovare nessuna resistenza.

« Tu non sei vera, mamma. »

« Certo che sono vera, tesoro mio. Sono qui per te. Voglio che tu torni a casa. Vieni, dammi la mano. Andiamo. »

« Mamma, tu non sei qui. Tu non sei vera. Vattene, mamma. Per favore, va’ via. Ti ho odiato per quello che hai fatto, lo sai, vero? »

La figura parve sorridere e forse sorrise davvero. Ritrasse la mano che tendeva al figlio e girandosi sparì nel nulla così come era apparsa.

           Il sole stava ormai scendendo lentamente a ovest e un vento freddo, araldo della bufera che sarebbe scoppiata di lì a poco, fece fremere le foglie sugli alberi. Da qualche parte, su a nord, la neve aveva già cominciato a cadere.

Rauca, dura, rivestita di cocci di vetro, tagliente e fastidiosa, un’altra voce gli parlò. Riconobbe suo fratello, morto anche lui anni prima, come la mamma, prima della mamma.

« Oggi che cosa ti rimane? » Chiese quella voce odiata, a volte amata, talvolta attesa, più spesso temuta. « Nulla, vero? » domandò Jordan The Hammer Sullivan.

« Debiti, un cuore sanguinante, il disprezzo della gente. Bel bottino, no? »

Se la mamma non era vera, nemmeno Jordan poteva esserlo. Fantasmi. Spiriti. Illusioni create dalla sua mente stanca, prossima al collasso. Cosa diavolo vuoi, Jordan. Cosa volete da me, tu e la mamma.

« Be’, fratellino, lo vuoi un consiglio? » La sua voce era premurosa, quasi affettuosa. Sotto la superfice però, un po’ indietro, dalle parti del rancore mai apertamente espresso, ma lasciato trasparire, lentamente, goccia a goccia nel corso degli anni, e dietro l’angolo della consapevolezza acquisita, percepì ira, gelosia, invidia. Credette di scorgervi persino l’odio. Jordan, tu mi odiavi?

« No, non lo voglio. » Per la prima volta in vita sua aveva detto no a suo fratello. Quando erano ragazzi, e anche dopo, da adulti, non era mai riuscito a contraddirlo, aveva sempre accettato la sua presunta (vera?) superiorità. Dire di no a una fantasia della mente, a un fantasma, all’apparizione di un morto, era più facile.

« No. No. Non voglio i tuoi consigli. » Come era bello dire di no, pensò. Lampi di una vita passata, ma mai vissuta, presero forma nella sua testa. Con le spalle appoggiate all’albero, seduto sull’erba fredda del cimitero di Ketchum, capì che un no, detto nel momento giusto, avrebbe potuto cambiare tutta la sua vita. Troppo tardi, bello mio.

« No. Ancora no. Non voglio i tuoi consigli. Tu sei morto. Come la mamma. Ho visto il tuo cadavere. Puzzava, sai? Perché ti sei ammazzato? »

« No? Non fa niente, te lo do lo stesso. Ascolta bene, okay? »

« Perché ti sei sparato in bocca? Avevi paura? »

« No, idiota. Non avevo nessuna paura. Non avevo niente. Anche la mamma era così. Non aveva più nulla. A me e a lei è sembrata la cosa migliore, più semplice, più facile. Sai, fratellino, quando non ti rimane nulla, quella è la cosa più semplice. Anzi: la più giusta. L’unica. »

« Stronzate. »

« No, non sono stronzate. Adesso però ascolta, apri quelle cazzo d’orecchie e stammi a sentire. Okay?

« Bene: va’ a casa, prendi un foglio di carta, siediti da qualche parte e poi fa’ testamento. Poi prendine un altro e scrivi una lettera di addio-scuse-spiegazioni alla persona che più ami – non importa se non sa ancora leggere: presto imparerà, no? Un terzo foglio per per chi l’ha messa al mondo: un foglio per chi ti ha spezzato il cuore. Scrivile che la odi, che la detesti. Poi scrivile che la ami e che dall’inferno, luogo nel quale sei ora, di tanto in tanto fuggirai, solo per sbirciarla tra le nuvole del paradiso; avvertila che non la disturberai e che nemmeno si accorgerà di te. Agli amici non scrivere nulla, tanto non ne hai più. Okay. Ora abbiamo finito con le lettere. Adesso bisogna tirare fuori i coglioni e finire di bluffare. Prendi un corda, legala ad un appiglio solido, fattela passare intorno al collo e salta. Sei un ciccione di quasi 100 chili, quindi sarà veloce. Indolore non lo so, ma veloce sì. »

Il vento soffiavo sempre più forte. Nel cimitero non era rimasto più nessuno e la luce cominciava a lasciare strada alla penombra della precoce sera tardo autunnale. Il fazzoletto impigliato nel cipresso era sparito, volata chissà dove.

« Ti può andare così, fratellino? » chiese Jordan ironicamente.

Un aereo passò alto lasciandosi dietro una scia di condensa. Si domandò dove stesse andando. Polinesia, Tibet, Ayers Rock. Sì, avrebbe voluto

potuto

andarci anche lui.

«No, vero? Così non ti va. »

« No, non mi va. »

« Vuoi sapere perché non ti va, pisciasotto? Non ti va’ perché tu pensi di avere ancora qualcosa. Ma sbagli, fratellino. Presto ti lascerà anche lei, sai? Tra qualche anno ti abbandonerà per le Winx, per una Barbie, per una bicicletta, o per qualche merdata che verrà dopo. Poi, poco più che quindicenne, si farà sbattere sul sedile posteriore di una Camaro gialla nel parcheggio del Walmart. Sfornerà un ritardato come il proprietario dell’uccello che l’ha messa incinta. Si sposerà e ti lascerà per andare a vivere in una roulotte. Sarà triste e depressa. Si farà montare dai camionisti a cui servirà il caffè per arrontondare lo stipendio, perché il suo ganzo soldi in casa non ne lascia. La birra costa, sai?»

« Sta zitto, stronzo! » Urlò. « Quello eri tu, non io. »

« Ma anche tu sei come me, fratellino. Altrimenti perché saresti qui oggi. »

Jordan rise, e come la madre scomparve. Se ne andò come sempre aveva fatto in vita. Prima ti si avvicinava come se volesse aiutarti, poi, dopo averti fatto a pezzi se ne andava ridendo.

« Non ti ho mai fatto nulla di male Jordan, mai. »

« Sei sopravvissuto, fratellino. » disse la voce del fratello ormai scomparso. « Sei rimasto, quando tutti noi eravamo già andati via. »

« Io non ero come voi, pezzo di merda! »

« Oh, lo sei, bello mio. Lo sei anche tu. »

Si passò il palmo della mano sul volto, chiuse gli occhi e li strizzò ripetutamente. Avvertì un forte senso di nausea e lottò con il proprio stomaco per non rimettere. Fu una lotta inutile, però. Fece appena in tempo a non vomitarsi sulle scarpe piegando il busto in avanti e allargando le gambe.

Dalla tasca del giaccone prelevò un fazzoletto di carta che usò per pulirsi la bocca e il mento e lo gettò. Un sapore acido gli rimase in gola. Pensò che una sigaretta avrebbe potuto combatterlo, ma la prima boccata che inspirò quasi lo fece rimettere nuovamente. La Camel finì schiacciata sotto il tacco del suo scarpone destro.

« Hey, campione. Come va? Sai che potresti spegnerla meglio alzandoti in piedi? »

« Papà? » Lacrime da troppo tempo trattenute cominciarono a solcargli il volto arrossato dal vento. Si asciugò gli occhi e cercò di alzarsi sulle gambe. L’umidità della sera aveva reso l’erba sotto di lui scivolosa. Mise il piedo il fallo e perse l’equilibrio cadendo sul sedere. Tornò ad appoggiarsi all’albero e alzò il capo sperando d’incrociare gli occhi blu scuro del padre. « Mi manchi, papà. »

« Smettila, ora. »

La voce del padre non era gentile come la ricordava. Questa sembrava combattuta tra ira, imbarazzo, delusione e, allo stesso tempo, tristezza.

« Perché ci hai lasciato, papà? »

« Pezzo d’idiota, stupido asino, vivi! »

« Papà… »

« Ascolta, figlio mio, vivi, molla tutto, va’ fuori, cercati una donna e scopala fino a rivoltarla come un calzino. Fatti succhiare fuori l’anima, dalle tutto quello che ancora hai da dare. Ridi, sorridi, gioca, urla al vento, ma vattene un po’ via. Lascia quella casa di merda, quella città, quello stato.  Tua figlia te ne sarà grata. Va’! »

« Ma papà… »

« Sta’ zitto. Va’ al mare e inizia a correre finché la spiaggia non finisce. Corri fino a ché non vomiterai anche l’anima poi, una volta rotto il fiato, continua a correre. Butta giù quella pancia, fa’ esercizio. Ti ricordi come eri bello quando eri ancora un uomo intero e non un mezz’uomo come ora?

« Okay, andiamo avanti. Non scrivere più nulla, tanto non ne vale la pena. Shakespeare e quello lì nella tomba davanti a te hanno già detto tutto quello che c’era da dire. Però, piccolo mio, grandissimo idiota, urge qualcosa che occupi quella testa infarcita d’idiozie. Trova qualcosa che ti piaccia o qualcuno che ti piaccia. È giusto, no? Per quanto tempo può sanguinare il cuore? »

« Fino alla morte, papà? »

« No, idiota. Finché tu non ci metterai un cerotto! »

« Tipo? Vado in farmacia, ne compro una confezione e ci tampono il cuore? »

« Non scherzare con tuo padre, guai a te. »

« Scusa, papà. »

« Il cerotto è qualcosa che tampone, che ferma il sangue e agevola la cicatrizzazione. Tu devi tamponare il tuo cuore sanguinante e il cerotto può essere una bella donna, ma anche non tanto bella, tanto per cominciare.

« Va’ fuori, figlio mio, e inizia a scopare. »

« Papà, uno dei tuoi cerrotti ha infine ucciso la mamma, lo sai, vero? »

« Sei un asino. Non cambierai mai infine? Cosa pensi che sia la vita? Tirare la carretta e aspettare il venerdì sera, mandare i figli all’università e passare le vacanze estive al lago. Andare a letto con la stessa donna tutte le sere, metterlo nello stesso buco e pregare che non le puzzi l’alito di mentolo. Festeggiare le feste comandate, obbedire e dire sì al capo, questa è la vita, figlio mio. Questa era la mia vita. Non puoi farmene una colpa se me ne sono cercata un’altra. »

« Hai praticamente ucciso la mamma, papà. Ogni tuo tradimento l’ha avvicinata al treno che l’ha uccisa. »

« S’è uccisa da sola. Io non ho fatto nulla. »

« Appunto, papà. Non hai fatto nulla per evitarlo. Aveva solo te. »

« Sta’ zitto. Non parlare di cose che non capisci, di cose che non sai. »

« Papà, per favore, vattene anche tu. Lasciami solo. Non deve essere difficile, l’hai già fatto in passato. »

Lo fece. L’apparizione del padre sparì. Senza nessun avviso. Non cambi mai, eh, pa’?

Si alzò nuovamente e infilò il viottolo lungo la parte sinistra del cimitero che costeggiava il cancello di ferro battuto. Il custode gli disse che erano quasi le sei e che doveva chiudere per la notte.

Quando salì in macchina trovò conforto nell’aria calda che usciva dai bocchettoni sul cruscotto. Accese la radio ma la spense subito dopo. Fermare il pensiero, cessare di logicizzare, stoppare la razionalizzazione del mondo che ti circonda. Questo devi fare, si disse.

Impiegò poco meno di trenta minuti per arrivare al motel in cui alloggiava. Lungo la strada aveva comprato un paio di cheeseburger al McDonald di Ketchum e una bottiglia di Four Roses in un negozio aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Mangiò seduto sul dorso del letto, alternando il cheesburger al bourbon che beveva direttamente dalla bottiglia. Subito dopo aver finito di mangiare s’infilò il vecchio pigiama a righe azzurre e si mise a letto. Erano passate le undici da pochi minuti quando smise di respirare. Le pillole di sonnifero che aveva fatto sciogliere nel bourbon fermarono il suo cuore dolcemente. Non se ne accorse. Il suo ultimo pensiero, prima di cadere nel sonno – e dal sonno alla morte – fu per suo fratello. Avevi ragione, Jordan. Lo sono. Come voi.

Fine

Copyright © Andrea Comazzi-Prando

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commenti
  1. masticone ha detto:

    pero le patate so’ bone in Idaho

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