Archivio per aprile, 2011

Il Sogno

Pubblicato: 29 aprile 2011 in Scritti
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IL SOGNO 

Danza nei miei occhi 
il tuo corpo leggiadro 
le labbra tue 
arse d’amore 
attendono le mie desiderose di esse 
Audace è il tuo cuore 
ardente di passione 
supplichevoli i tuoi seni bramano un mio tocco


Andrea Comazzi-Prando 1996
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Italia, Italia, Italia

Pubblicato: 29 aprile 2011 in Scritti
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ITALIA – ITALIA – ITALIA – ITALIA, affacciata sul mare, violentata dai barbari, imputtanita, un po’ meschina, spesso straffotente, di tanto in tanto provinciale, talvolta saggia, più spesso infantile, un po’ ladra, un tempo regina, madre coraggio, tesoro depredato. ITALIA, ti amo lo stesso.

Salvo Pirlasconi fugit!

Pubblicato: 24 aprile 2011 in Salvo Pirlasconi
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3
Pirlasconi fuggiva.
Correva, correva, correva.
Attraversò in un baleno il parco della clinica – dove era stato ricoverato in stato di shok dopo l’incidente con il cane di tre giorni prima – evitando sedie a rotelle occupate da copie di Lamberto Brossi e spinte da copie di Rosangelino Malfano; correva zigzagando, saltando ostacoli, schivando infermiere agghindate come la Brabambilla.
Giunto al muro che divideva il terreno della clinica dalla strada statale, Pirlasconi si fermò:  era alto, cazzo!
Due metri e mezzo buoni, forse tre. Non c’era nulla per issarsi oltre il muro; niente sul quale salire sopra e provare ad arrampicarsi oltre.
Cadde.
Prostrato, annichilito, si lasciò andare contro la parte interna del muro. Scivolò in basso, le spalle ben aderenti alla struttura di cemento.
Pfoff, fu il rumore che produsse il Culone-Classe-Nimitz, quando tocco il manto d’erba sotto di lui.
Pirlasconi chiuse gli occhi e si appisolò.
Avrebbe forse dormito per ore se il proprio odore non lo avesse ridestato quasi subito.
« Puzzo », disse a voce alta. « Puzzo come una cesta di Mawashi sporchi dopo un torneo particolarmente impegnativo ».
Pianse, pianse, pianse.
Poi starnutì, sollevo la mano, e si pulì con la manica della giacca acquistata in saldo l’anno prima nel reparto uomini della Standa a Rocca Spigolosa.
Qualche minuto dopo una mosca andò a posarsi sul naso di Pirlasconi.
Cadde a terra fulminata. Le compagne intonarono un canto funebre e le innalzarono un monumento alla memoria.
Cosa aveva visto, sentito, odorato la povero meschina per cadere a terra morta?
L’orrore… degno della follia di Chtullu.
Pirlasconi non era brutto, anzi. Aveva un viso regolare con la fronte spaziosa e gli occhi ben distanziati; l’iride, di colore itterico, era ben proporzionata. Il naso era piuttosto lungo, bianco e scivoloso: veniva usato dal V Stormo Bombardieri Zanzare durante l’estate come pista di decollo, proprio grazie alla sua proprietà peculiare: l’untuosità che diminuiva l’attrito in fase di spinta.
La bocca, purché rimanesse chiusa, non aveva nessun tratto caratteristico – eccetto per un foruncolo sempiterno sull’angolo inferiore destro.
Aperta, be’, le cose cambiavano.
Aveva un dente sì e uno no (sembrava un cruciverba del Bartezzaghi, oppure, come i suoi amici dell’oratorio parrocchiale dicevano, l’anta di una persiana maltrattata dalla grandine e sbattuta dal vento); il fiato era classificato come arma di distruzione di massa. Una leggenda popolare dava per certa un’invasione da parte dell’esercito americano di Giorgino Bush, qualora Pirlasconi non avesse permesso l’invio di commissari dell’Onu. Impossibilito a trovarne, Bush, optò per la guerra in Iraq. Pirlasconi era alto un metro e cinquantacinque, e possedeva con un fisico asciutto. Troppo. Pirlasconi stava a Fassino come la terra stava al sole. Aveva dei lunghi capelli neri – non suoi, rubati ai tempi della Milano da Bere si socialistiana memoria –  d’un nero pelo di topo, veicolo di peste bubbonica (Pirlasconi ne era immune); per mantenerne l’untuosità e l’opacità, il buon Giuseppe usava un prodotto introvabile nei supermercati nazionali: balsamo di scarabeo stercororaro, made in Egypt.
Aveva la pelle porosa, bianca e perennemente grassa. Sudava spesso come un maiale; lo stesso tipo, qualità e quantità, che il porco avrebbe secreto se avesse visto un BBQ sul prato dietro casa.
Da bambino Pirlasconi venne morso dal cane dei vicini e, preoccupatissimi, questi, lo portarono seduta stante a fare un’iniezione antirabbica. Il veterinario calmò i padroni del cane, assicurandoli che il cane non aveva contratto nessuna infezione. Pirlasconi, però, rischiò di essere abbattuto con un colpo di fucile sul cortile di casa dalla guardia comunale.
L’intelligente è l’intuitivo in grado di concettualizzare la propria intuizione e,  logicizzandola, trasformarla in pensiero/informazione. L’informazione poi, ben applicata alla meccanica socio-comportamentale, alle leggi biologiche e alle subculture alle quali l’individuo appartiene, permette, a questi, di esprimersi e agire al meglio nell’ambiente che lo circonda – risultando, appunto, più intelligente di coloro i quali l’intuizione non ha subito il processo di logicizzazione.  

I maiali orwelliani sono tornati – qualcuno, però, mi dice che non se ne sono mai andati, e che in questi giorni bui e tristi abbiano solo rialzato la testa e ripreso possesso del porcile, grazie alle manovre del Grande Porco.
Ieri poi, mentre il paese attraversa una delle più grandi crisi economiche del dopoguerra, mentre due ragazze che sognavano una vita migliore al di qua del Mediterraneo, lontano dalla loro terra, ben più disastrata della nostra, morivano affogate nei pressi di Pantelleria; mentre ministri, sottosegretari, parlamentari della (fu) Repubblica Italiana si esibivano a chi la sparava più grossa – una su tutte: “Lecito usare le armi contro i barconi”. Le sia resa grazia, On. Speroni – mente altre due giovani deluse, aspiranti soubrette della star system italiano, rivelavano altri squallidi particolari ai giudici sulle “notte da incubo ad Arcore”, ieri, dunque, va i scena l’ultima opera-buffa (tragicomica) del governo Berlusconi: passa la prescrizione breve.
Un’altra legge ad personam. Una legge che uccide 15.000 procedimenti in corso. Tra i quali, a breve, la prescrizione per il processo Mils e in seguito per i processi Mediaset e Mediatrade – tutti procedimenti nei quali è imputato il Presidente del Consiglio On. Silvio Berlusconi.
L’ennesima legge personale, oltre a salvare il Napoleone di orwelliana memoria, impedirà alla giustizia di procedere contro i responsabili – CRIMINALI – del Crac Parmalat, della bancarotta e truffa aggravata della Cirio, dello scandalo della Clinica Santa Rita di Milano, della tragedia alla Thyssen Krupp, dei 40 morti della Fincantieri. Sarà altresì impossibile rendere giustizia alla vittime del terremoto dell’Aquila e della strage di Viareggio.
Tutte queste persone – avevano dei sogni, sapete? Quei sogni sono morti con loro. Sapete anche questo? – tutte queste persone non avranno mai giustizia.
Perché?
Perché Silvio Berlusconi voleva, doveva, pretendeva, salvare sé stesso dai processi nei quali è imputato.
Grazie, Presidente Berlusconi.
Fr. 1041
Codex Acephalus
Bibl. Vat.
… ho[1] dimostrato[2] a… †[3] appena vede[4]… solo che dico[5].
… dovev dir… †.[6]

[1] Il frammento, molto criptico, proviene da un codice acefalo di area greco-romana, reso in latino nei primi decenni del II secolo da Fra’ Behecetus di Smyrna; da fonti incrociate sappiamo trattarsi di un intervento dell’Anonimo all’assemblea tribale degli anziani.  
[2] L’anonimo qui utilizza il verbo “dimostrare”, nell’accezione neologistica, al posto dello stilisticamente obsoleto e abusato “mostrare”.     
[3] Il nome nel testo è irrimediabilmento corroto. Il Prof. Tiromancino azzarda un esponente di rango elevato della tribù: Bu-cheth-ah.  
[4] Essendo “ho dimostrato” un verbo al passato, notiamo in questa sublime resa stilistica tutta la genialità dell’Anonimo; per nulla intimorito, questi, opta per una concordanza-temporale a livelli sfalsati. Suo scopo è dimostrarci l’inutulità della pugna: Egli non sbaglia. Onniscente e con doti veggenti, l’Anonimo intuì molto prima l’obiezione espressa dal destinatario – purtroppo non sapremo mai chi fosse – del precedente “ho dimostrato” ancora prima che questi la sollevasse. Infatti l’Anonimo dice “appena vede”. Quindi si potrebbe rendere il verso in questo modo: “Dimostrai a me stesso e quindi a voi tutti, benchè non presenti, l’inutilità dell’obiezione appena egli vide. Feci questo mentre egli vedeva. Ho quindi dimostrato il suo errore ancora prima che egli lo facesse.
[5] Atto di sublime umiltà, riconducibile all’affermazione precedente. L’Anonimo solamente ci dice quanto già egli sapesse.
[6] Il testo è corroto. La scuola di Tubinga emenda il testo con dovevo dirlo. Tuttavia, da un testo coevo, sappiamo che l’Anonimo si serviva spesso della costruzione dislessicale. Secondo la scuola italica, il testo andrebbe emendato con dovevo dire per l’obsoleto dovevo dirlo. L’Anonimo tendeva ad eliminare dai propri scritti i pronomi, essendo questi superflui alla comprensione dello stesso.  

Parliamone – tu ascolta, però.

Pubblicato: 13 aprile 2011 in Scritti
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Parliamone – tu ascolta, però.
– Dormi?
– …
– Hey, sei sveglio?
– …
– Se dormi, dimmelo. Per cortesia.
– …
– Non c’è redenzione, sai? Il peccato ce lo portiamo appresso, come l’ombra. Tu pensi di essere pulito, di esserne stato mondato, redento, e cazzate varie. Non è vero! Il peccato è lì con te: dietro di te. Ti segue, ti tallona, si nasconde, ma è lì. A volte ti fissa (ti dispiace se fumo? no? Grazie.)…  ben dritto negli occhi e tu non riesci a vederlo. Sai che è così, vero? cosa possiamo fare? Io ho paura, paura di pagare le mie colpe ogni giorno, ogni fottuttissimo cazzuto giorno. Perché non veniamo perdonati?
– …
Tu lo sai?
– …
– Avanti. Perché?
– …
– …
– …
– Non lo sai, vero? Ma sì, tu non hai mai saputo niente.
– Perdono.
– Vedi che non dormivi? Va bene ti perdono.
– No, no. Io non ti ho chiesto perdono. Perdono, anzi, perdonami, è la parolina che potrebbe indirizzarti verso la redenzione. Perdono è come l’obolo che si deve offrire a Caronte. Niente obolo, niente passaggio. Niente perdono, chiesto o ricevuto, niente redenzione. 
– Dormi pure, imbecille. Sono tutte cazzate le tue.
– …
– Perché non provi a crescere un po’?
– … 
– … 
– … 
– Quanto sei fastidioso. Torno a dormire. Io lavoro, domani. Non scocciarmi, va bene?